“Diranno che è colpa mia se i ministri del Pdl valuteranno le dimissioni davanti al massacro giudiziario del loro leader eletto da milioni di italiani. Ma io mi domando: se due amici sono in barca e uno dei due butta l’altro a mare, di chi è la colpa se poi la barca sbanda?”

Così Silvio Berlusconi, nel tentativo di far ricadere sul Partito Democratico la responsabilità dell’eventuale crisi di governo che lui stesso e il suo partito minacciano. Curioso ragionamento quello di Berlusconi: io minaccio le dimissioni, poi magari io me ne vado ma la colpa è degli altri, in questo caso del Pd. La cui colpa – si badi bene – è quella di rispettare lo stato di diritto.

Da diversi giorni si discute sull’eventuale caduta del governo Letta, sempre con argomentazioni paradossali, di quelle che non riusciamo quasi mai a spiegare ai nostri amici e colleghi che vivono negli USA o nelle democrazie europee. Nei paesi “normali”.

Già, perché in un paese normale il problema non si porrebbe. Al di là delle eventuali vicende giudiziarie del leader politico (che come cittadino ha diritto a difendersi come vuole), in un paese normale sarebbe lo stesso partito del leader condannato a eleggere un nuovo leader. Lo farebbe per questioni di etica politica, di opportunità mediatica, di strategia elettorale: però lo farebbe. Da noi, invece, il Pdl continua a difendere il suo leader, la cui vicenda giudiziaria è arrivata al terzo grado di giudizio; mentre qualunque partito (conservatore o progressista) europeo avrebbe provveduto alla sua sostituzione al più tardi alla prima condanna, in ragione di questioni di opportunità politica.

Qui si cela il più grande vulnus della politica italiana. Si parla spesso delle laceranti divisioni interne al Pd (che pure ci sono) ma spesso si dimentica che l’anomalia italiana è rappresentata dalla destra. Il Pdl (e non c’è ragione di pensare che la nuova Forza Italia possa essere diversa) è un partito patrimoniale e personalistico: per questo non può “tranquillamente” sostituire il suo leader e magari riconquistare consensi. Al tempo stesso, la destra italiana non riesce a produrre un progetto culturale di qualche entità e, peraltro, non riesce a sbarazzarsi del fardello di populismi e demagogia che il ventennio berlusconiano ha invece rafforzato e legittimato.

La destra europea e liberale non ha mai avuto spazio in Italia. E d’altra parte, come potrebbe se ancora in molti non condividono il comune valore della Costituzione?

L’assenza di una destra moderna e liberale costituisce uno degli elementi di blocco del sistema. Tale blocco danneggia anche la sinistra. Esso infatti, legittima quegli espondenti del Pd che si sono lanciati nello strano tentativo di occupazione del centro, dimenticando che il consenso dell’elettorato “moderato” lo si conquista con una proposta forte, innovativa e capace di essere inclusiva, non certo spostandosi al centro. Conquistare il consenso del centro non significa spostarsi al centro.

Il blocco del sistema politico italiano, d’altra parte, crea spazi incongrui per fumosi progetti “neo-liberali di sinistra” e condanna la destra, succube del suo leader-proprietario, all’assenza di progettualità.

Un paese normale avrebbe partiti che si confrontano su progetti, leader espressi da congressi democraticamente costituiti. Avrebbe partiti capaci di discutere su tutto ma non sui valori fondativi del Paese. L’aveva lucidamente intuito già Massimo D’Alema nel lontanissimo 1995, in un libro che oggi sembra quasi più attuale di allora.

In un paese normale, la legge elettorale italiana (il Porcellum) non ci sarebbe e a nessun “nuovo” leader verrebbe in mente di dire (nemmeno per un attimo) che va bene tenere quella legge “così vinciamo noi”.

E’ strano pensare che sognare un paese normale possa essere quasi rivoluzionario; è strano che i cosiddetti “moderati” non si rendano conto che un paese normale dovrebbe essere in cima alle loro aspettative.

In un paese normale questo post non sarebbe mai stato scritto.