Le polemiche culturali fra intellettuali, lo confesso, mi hanno sempre imbarazzato. Le leggevo fin da quando ero studente e già allora ero combattuto fra il fascino che quegli scritti così articolati provocavano su di me e l’imbarazzo di chi continua a preferire la riflessione garbata nelle aule dei convegni al comizio (sia pur intellettuale) gridato dalle pagine dei giornali.

Ho avuto la stessa sensazione, a distanza di anni, leggendo la polemica che il prof. Francesco Clementi ha fatto dalle pagine di Europa contro un articolo del prof. Carlo Galli (che aveva scritto un articolo di riflessione sulla versione web della rivista Il Mulino). Il prof. Clementi è un notissimo costituzionalista nonché membro della commissione per le riforme voluta dal Presidente Letta (i saggi del governo): la stessa commissione da dove l’unica studiosa di politica chiamata (la prof. Nadia Urbinati) si è dimessa.

Con i miei amici giuristi scherzo spesso sul fatto che l’Italia è l’unico paese che reputa il sapere giuridico idoneo a comprendere e affrontare qualunque problema, nessuno escluso. Molti di quelli che oggi si rifanno a una visione “blairiana” della società e della politica (e, aggiungo, con un’interpretazione del Labour e di Blair che è una “narrazione” senza conoscenza storica) spesso dimenticano che proprio Blair (ma anche Kinnock prima di lui) si era circondato di sociologi, scienziati politici, filosofi, mediologi, psicologi. E ovviamente “anche” giuristi. Ma la questione sul “blairismo” all’italiana è troppo lunga e complessa per essere qui affrontata. Basterebbe rileggere alcune delle pagine del bel libro di Mauro Calise, Il partito personale, per evitare semplificazioni banalizzanti (e talvolta ideologiche).

Ma torniamo alla polemica intellettuale. In realtà il prof. Galli non si era lanciato in una polemica, aveva espresso una posizione. Un po’ come – molto più modestamente – alcuni di noi fanno qui nella cosiddetta “blogosfera”. La risposta del prof. Clementi è netta e con argomentazioni vivaci e brillanti. Non entro nella polemica (in cui peraltro non ho titolo) anche perché penso che il prof. Galli sia in grado (se lo vorrà) di rispondere da solo alle affermazioni del prof. Clementi. Come dicevo, poi, le polemiche intellettuali sui giornali (cartacei prima, online oggi) mi creano imbarazzo.

Certo, non capisco cosa c’entri la “danza tribale” sui tetti del Nazareno (un evidente errore di comunicazione del Pd) con l’idea di sinistra del prof. Galli. Ma capisco che, nella polemica, le metafore possano avere un senso dialettico e una specifica funzione comunicativa.

Dicevo, dunque, che non voglio entrare nella polemica intellettuale. Il prof. Clementi dice di aver chiesto ospitalità a Europa per pubblicare un articolo contro l’articolo del prof. Galli (che era uscito su Il Mulino). Pensavo che se io dovessi fare una polemica intellettuale potrei, al massimo, usare il mio blog. Forse anche per questo evito le polemiche, soprattutto con persone autorevoli. E qui, forse, c’è anche un po’ quel mio “senso di minorità”, lo stesso che spesso hanno quelli che fanno professioni intellettuali provenendo da ceti popolari, che hanno usato un pezzo di ascensore sociale e sanno che comunque non verranno mai ammessi nei “salotti” che contano. Scusate la nota personale, ma un blog lo consente, almeno ogni tanto e comunque molto di più di un giornale.

Insomma, la polemica fra i due autorevoli professori se la vedano loro. Io ho una mia idea, ovviamente, ma vale solo per me.

C’è però una cosa su cui continuo a ragionare e non capisco. Il prof. Clementi – che stimo molto, sia detto per inciso e con grande sincerità – scrive:

c’è, invece, la consapevolezza delle grandi democrazie (e dei rispettivi partiti, di sinistra e di destra) che esiste una frontiera comune nella quale tutto il mondo opera – il liberalismo – e che esso è per natura continuamente sotto la fatica di doversi districare, fissando ogni giorno nuovi perimetri, tra i dilemmi che le sfide dell’eguaglianza, dell’opportunità, dei diritti e dei doveri determinano nelle nostre società

Ecco, qui non capisco. La frontiera comune, ovvero anche la cornice di riferimento, delle democrazie sarebbe il liberalismo. Il prof. Clementi riprende un tema classico delle filosofie liberali: il legame inscindibile fra liberalismo e democrazia. Ma qui, a mio avviso, si situa quel cortocircuito di cui parlava Colin Crouch: la tendenza all’eguaglianza (tipica della democrazia) e le “libere opportunità” del liberalismo tendono a entrare in conflitto, spesso a vantaggio delle seconde sulla prima. Con l’annullamento sostanziale delle istanze di partecipazione (che poi trovano inevitabilmente risposta nei populismi o nel rifiuto della politica).

Credo che lo snodo culturale su cosa sia “sinistra” oggi (uscendo ovviamente dalle gabbie delle vecchie narrazioni ideologiche di primo Novecento) risieda proprio nel rapporto fra democrazie (al plurale) e liberalismo. Nonché sulla considerazione del liberalismo (e del liberismo come suo inevitabile portato economico) come elemento strutturale delle democrazie o come semplice variabile.

Io penso che la “frontiera” e la cornice nella quale una politica moderna e progressista dovrebbe operare non sia il liberalismo bensì il binomio (questo sì indissolubile) democrazia-eguaglianza.