Papa Francesco sta evidenziando una grandissima attenzione a temi “sociali”, come scrivono molti giornali. O, se si preferisce, a ridare centralità alla Dottrina Sociale della Chiesa che è stata anche un principio ispiratore importante per tante donne e uomini impegnate/i in politica. Sull’azione e sulle parole del Papa è stato scritto molto ed è quindi inutile tornarci sopra, se non per ulteriormente notare la carica dolcemente rivoluzionaria che promana dai suoi gesti e dalle sue parole.

La critica serrata e convinta che Papa Francesco muove all’idolatria del denaro e del mercato può apparire una “strana” novità solo a chi non conosce o non ricorda l’azione del Card. Bergoglio quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires. Nelle molte interviste e nei tanti interventi sul tema dell’impoverimento e dell’ingiustiza sociale, il titolare della diocesi della capitale argentina aveva continuamente evidenziato la sua posizione coerentemente evangelica. Ora, come Vescovo di Roma, non perde occasione per ribadire la centralità della persona umana e per ricordare che gli idolatri del mercato (e, quindi, dell’ideologia liberista) sono i responsabili della crisi globale, di quella crisi che ha colpito e continua a colpire le persone più deboli, che arricchisce e conferisce nuovo potere a pochi marginalizzando milioni di persone.

Proprio ieri, in un bel seminario a Martina Franca, in provincia di Taranto (non distante dall’Ilva, che percorrendo la strada è impossibile non vedere) sul rapporta fra democrazia e politica, ho avuto modo di parlare dei lavori di Colin Crouch. Ripensavo, in particolare, a un libro abbastanza recente (Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo) e alle argomentazioni che lo studioso britannico usa per analizzare il ruolo delle grandi imprese, del feticcio idolatrico del mercato e della speranza rappresentata dalle voci flebili ma comunque presenti della società civile.

Sempre ieri, poi, Ed Miliband – leader del Labour – che dichiara che il suo obiettivo è far tornare “il socialismo in UK”, cioè a dire, a riportare in primo piano la lotta per la giustizia sociale, per il lavoro, per una democrazia realmente egualitaria.

Poi i tweet di alcuni esponenti del Pd e intellettuali folgorati dalle indubbie capacità di Matteo Renzi: tutti a discettare di regole statutarie, della “necessità” della sovrapposizione fra candidato premier e leader di partito (perché poi, visto che in Italia non si elegge direttamente il presidente del Consiglio?), delle strategie congressuali. Ti aspetti, ovviamente, anche una riflessione politica, magari qualcosa che dia il senso di un partito che ambisce a quel sogno di democrazia egualitaria che non può non essere il suo. Niente. O meglio, quel sogno c’è e anche l’impegno di migliaia di militanti e simpatizzanti, giovani e meno giovani. Un impegno che, per lo più, va in quella direzione.

Certo, è difficile trovarlo in esponenti (persino parlamentari) che fanno aperta professione di fede nel mercato così com’è o nelle tante varianti dell’ideologia liberista. A proposito: ma chi rappresentano?

Poi scopri, per caso, che Gianni Cuperlo invece parla di speranza, di giustiza sociale, di redistribuzione, di democrazia egualitaria; scopri che cita la delicatezza di uno spot commerciale; scopri che quindi c’è ancora qualcuno che si ostina a parlare di Politica e che ancora vuole crederci che la politica può dare speranza a milioni di persone. L’utopia che si fa progetto. Parole diverse per esprimere le stesse emozioni che provano milioni di persone; non dissimili da quelle emozioni che attraversano milioni di credenti quando ascoltano Papa Francesco.

Certo, di Cuperlo e di quello che dice c’è poca traccia nei media (chissà, c’entrerà qualcosa con quello che dice Crouch sul ruolo dell’informazione?). Almeno però c’è la consolazione che anche la politica (una parte almeno) ha ancora la capacità di non guardarsi l’ombelico. Anche questo è un piccolo segno di speranza.

P.S.

Il video qui sotto (commerciale/sociale) dura solo tre minuti. L’importanza del dono. Ma anche la necessità di ripensare un futuro: davvero tutti i servizi sono privatizzabili?