Leopolda13La “Leopolda13” rappresenta un momento molto importante per la politica italiana. Qualunque sia la propria posizione politica e culturale, bisognerebbe riconoscere l’importanza mediatica e culturale di un evento che travalica i confini del congresso del Pd e che ha visto (sta vedendo) interventi significativi e presenze importanti. In realtà, la Leopolda13 sembra non avere niente a che fare col Pd (neanche una bandiera o un simbolo del partito che presto vedrà Renzi segretario) anche se uno dei fini dichiarati dell’appuntamento fiorentino è quello di “scrivere” un programma condiviso che accompagni l’azione politica di Matteo Renzi nella sua conquista del Nazareno (e poi, forse, del Governo).

Forte, comunque, l’impatto mediatico, la scenografia ricca di simboli industriali e culturali (ma nessuno riferibile alla sfera politica), la presenza sul palco del Sindaco in camicia aperta, l’alternarsi di interventi su temi che riguardano le questioni più diverse (come è giusto che sia per la politica). I giornalisti (presenti in numero enorme a evidenziare – se ancora ce ne fosse bisogno – l’importanza dell’evento) hanno preso nota dei presenti (tanti) e assenti (pochi) dell’establishment del Pd, persino di quelli che furono consiglieri del tanto vituperato D’Alema. Al di là della conta dei presenti e dei nomi più o meno eccellenti, resta il fatto che la Leopolda13 costituisce senza alcun dubbio un evento importante per la politica italiana (non solo per il Pd) e merita di essere studiato e analizzato dagli studiosi che si occupano di scienza politica e, ancora di più, dai ricercatori di comunicazione politica. L’uso dei cento tavoli di discussione, per esempio, rappresenta un elemento importante sia per le dinamiche di decisione politica sia per la rappresentazione mediatica delle strategie comunicative connesse alle istanze di partecipazione; costituisce, peraltro, un elemento di comparazione con l’evento simile (su questo punto specifico) realizzato a Parma per impulso del sindaco Pizzarotti.

Ci sono poi altri elementi interessanti. Renzi, per esempio, ha dichiarato la sua assoluta contrarietà a qualunque tentazione proporzionalistica. Al tempo stesso, però, continua a usare la metafora del “Sindaco d’Italia” per fare riferimento alla legge elettorale che auspica (la stessa che si usa per le elezioni dei sindaci, appunto). Resta un piccolo problema concettuale: la legge elettorale che si applica ai comuni con più di 15.000 abitanti è maggioritaria nell’elezione del Sindaco ma  assolutamente proporzionale, con premio di maggioranza, per l’elezione del consiglio comunale. Il doppio turno (il ballottaggio) serve a eleggere il sindaco, se nessun/a candidata/o raggiunge il 50% più uno dei voti al primo turno. La possibilità di voto disgiunto, peraltro, rende possibili asimmetrie fra candidato sindaco e coalizioni che lo sorreggono. Per chiarezza, mi permetto una piccola digressione “tecnica”.

In pratica, si possono avere tre situazioni specifiche: a) il sindaco viene eletto al primo turno ma la lista o le liste collegate non raggiungono il 50% dei voti: in questo caso i seggi saranno ripartiti con metodo proporzionale (si usa, per chi volesse approfondire, il calcolo col sistema d’Hondt). Può capitare che il consiglio sia composto per la maggioranza da consiglieri dell’opposizione nel caso in cui la lista o le liste di uno dei candidati sconfitti abbiano ottenuto più del 50% dei voti; b) la lista o le liste collegate al candidato eletto al primo turno raggiungono il 40% dei voti e nessun’altra lista supera il 50%: in questo caso alla lista collegata al sindaco eletto viene assegnato il premio di maggioranza (che consiste nel 60% dei seggi, un premio che quindi può essere anche molto alto). I seggi restanti vengono assegnati su base proporzionale; c) il sindaco viene eletto al ballottaggio ma la lista collegata ottiene già nel primo turno il 40% dei voti senza che nessun’altra lista abbia raggiunto il 50%: di nuovo, alla lista viene assegnato il premio di maggioranza (60%) e il resto dei seggi al solito ripartiti col metodo proporzionale. C’è infine una soglia minima di accesso, stabilita nel 3% dei voti. In altre parole, nei Comuni con più di 15 mila abitanti il sindaco eletto potrebbe trovarsi in un consiglio con la maggioranza controllata dall’opposizione.

Sono convinto, peraltro, che si tratta di un’ottima legge che, in ambito locale, garantisce una buona rappresentanza popolare e al tempo stesso favorisce la governabilità. Applicarla però sul piano nazionale, significherebbe eleggere un parlamento su base proporzionale e con un forte premio di maggioranza, col rischio di asimmetria fra presidente del consiglio e maggioranza parlamentare e con un presidente del consiglio che avrebbe prerogative “presidenziali” in un sistema istituzionale teoricamente non presidenzialistico. Tanto varrebbe allora pensare al semi-presidenzialismo “alla francese” (che è più coerente).

Insomma, maggioritario a doppio turno (in favore del quale Bobbio promosse un appello già nel 1993 e recentissimamente lo stesso hanno fatto Piero Ignazi e Giovanni Sartori) o proporzionale ibrido? Le proposte (lucidissime) di Roberto D’Alimonte (sempre alla Leopolda13) o quelle che Renzi dichiara ai giornali?

154906203-6873615b-0a88-4d1a-a1d1-1f6404732da2Un altro elemento interessante è costituito da alcune affermazioni di Davide Serra, in particolare quelle che fanno riferimento a coloro che percepiscono la pensione in base al sistema retributivo, dal fondatore di Algebris definite “persone che rubano”. In sostanza i quindici milioni di pensionati italiani sarebbero tutti ladri. Affermazione curiosa che ha scatenato la piccata risposta di Cesare Damiano (“Speriamo che dalla Leopolda, oltreché dare dei ladri ad oltre 15 milioni di pensionati, arrivino proposte per risolvere concretamente i problemi di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”) e finanche dubbi da parte di un consigliere economico di Renzi, che ha preferito restare anonimo (come racconta Giovanni Cocconi, vice-direttore di Europa, in un articolo pubblicato ieri). Le pensioni d’oro di una minoranza privilegiata sono cosa molto diversa dalla stragrande maggioranza delle pensioni italiane, quelle con cui milioni di pensionati devono provare a vivere e talvolta appena a sopravvivere (e a volte nemmeno quello). Il “merito” di cui Serra parla è anche quello di chi ha lavorato per 40 anni e si trova oggi ad avere pensioni che garantiscono poco: il merito è solo quello di chi inventa fondi di investimento o, per caso, esiste un merito anche in chi ha lavorato una vita con onestà e dedizione? Forse non erano un caso le parole che Vandana Shiva aveva dedicato proprio a Serra in una puntata di Ballarò dell’aprile scorso.

Nelle parole di Davide Serra, l’ideologia del merito senza eguaglianza si presenta con tutta la sua forza, la stessa che è alla base della “globalizzazione dell’indifferenza” più volte stigmatizzata da papa Francesco.

Ecco, dovendo semplificare (siamo nell’epoca del “dumbing down”, giusto?) e usando gli slogan che piacciono tanto a chi vuole una politica fatta solo di suggestioni, sarebbe utile sapere se Matteo Renzi è più vicino alle posizioni di Davide Serra o a quelle di papa Francesco.