Da qualche giorno le principali testate giornalistiche concentrano la loro attenzione sulla questione delle tessere del Pd. La vicenda è (purtroppo) nota: esplosione di iscrizioni al Partito Democratico, in alcune zone tessere piovute dal cielo o centinaia di immigrati iscritti. Se non ci fosse un congresso alle porte (con le elezioni delle segreterie locali, cittadine e provinciali) si potrebbe pensare a una ventata di entusiasmo e di voglia di partecipazione politica. E’ chiaro che così non è.

Sembra di rivedere la vecchia pratica di una parte della vecchia Dc degli anni Settanta, quando le tessere si gonfiavano a dismisura in prossimità dei congressi a fronte di sezioni per lo più normalmente “abitate” da poche decine di persone. Era, quello, il frutto delle lotte fra potentati locali che avevano poi il compito di appoggiare quelli nazionali o, anche, di rappresentare un elemento per il mantenimento di poteri in sede comunale e provinciale. C’è da dire – a rispetto della storia – che mai simili pratiche avevano attraversato il Pci; che aveva, senza dubbio, i suoi difetti ma a cui la questione della compravendita delle tessere era del tutto estranea.

Bene ha fatto Gianni Cuperlo a scrivere alla commissione di garanzia del Pd. Il rispetto delle regole rappresenta un punto qualificante e costituisce un valore irrinunciabile. Ha fatto bene anche perché non è una questione che riguarda solo il Pd ma l’intera democrazia italiana, stretta fra volontà popolare di partecipazione e partiti patrimoniali (o padronali o persino “in franchising”) e un grande partito che rischia di implodere per lo scandalo delle tessere.

Ma la “questione tessere”, in realtà rimanda a un aspetto ancora più importante, un tema su cui da un paio di anni lavoro e su cui ho avuto modo di confrontarmi con amici e colleghi a più riprese. Faccio riferimento al nodo irrisolto della “forma partito”, tema che (a parte ricercatori e studiosi di professione) solo Fabrizio Barca e Gianni Cuperlo hanno provato ad affrontare in maniera analitica. Si tratta invece della questione principale da affrontare, da cui derivano molti degli effetti che si stanno manifestando. Non posso, nello spazio di un post, trattare la complessità delle questioni che sta intorno al tema della forma del partito nel tempo presente. Su questo sarà presto pubblicato un volume introduttivo a cui sto lavorando con due colleghi autorevoli come Enrico Mannari e Massimiliano Panarari.

Mi soffermo allora solo su un aspetto, quello relativo alle modalità di elezione del segretario del partito. Il Pd ha scelto una formula tendenzialmente suicida, quella delle cosiddette “primarie aperte”. In sostanza, chiunque si mette in fila a un gazebo può votare per il leader del Pd, a prescindere da quello che poi effettivamente voterà nelle urne delle elezioni politiche. A parte il fatto che non c’è alcun partito di una democrazia europea il cui leader non viene eletto dagli iscritti, l’idea delle “primarie aperte” costituisce una retorica argomentativa fortemente demagogica. L’apertura, in questo caso, va a detrimento dell’appartenenza e della stessa idea di partito come espressione di una “parte” della società che chiede a tutte le altri “parti” di convenire su un progetto. L’apertura, in altre parole, è funzionale all’idea di “partito scalabile”, espressione mutuata dal mondo economico per indicare l’idea di un partito che possa essere conquistato come si fa con un’azienda sul mercato. Di conseguenza, un partito che cerchi un leader che si presuma possa vincere e non – come dovrebbe essere – un partito che esprima un leader per cui impegnarsi a vincere.

Niente a che vedere col partito-movimento e che ha un progetto di società (come dice Gianni Cuperlo), né col partito-palestra di cui parla Fabrizio Barca e nemmeno ovviamente col partito aperto di cui ha parlato anche Pippo Civati. Un partito, al contrario, che somiglia molto a un comitato elettorale.

Curioso che proprio quelli che citano spesso Tony Blair e il Labour dimenticano poi che il leader laburista non fu eletto in primarie “aperte” ma secondo le regole usuali nei congressi del partito. Curioso o forse strumentale.

Sarebbe ora di riflettere su cosa debba essere un partito. Necessario per il Pd, fondamentale per la democrazia italiana. Si tratta di un nodo irrisolto e spesso volutamente dimenticato. Ma è da questo nodo che nasce il problema delle tessere.