Forse ha ragione Stefano Menichini, direttore di Europa, quando parla di “due Pd inconciliabili“, quello dei congressi e quello della Leopolda. Uno “cool”, quello della Leopolda, e uno “old fashioned”, quello dei congressi (immagino, quindi, che anche il fin troppo citato Labour di Blair fosse “old fashioned”).

Il confronto, mi permetto di suggerire, andrebbe fatto anche fra l’evento di oggi a Milano, con Gianni Cuperlo, e la Leopolda.

Alla Leopolda non c’erano bandiere del Pd ma tanti volti noti; a Milano oggi di bandiere ce n’erano tante, agitate da braccia di pensionate e pensionati, di studentesse e studenti, di lavoratrici e lavoratori.

Alla Leopolda c’erano finanzieri, imprenditori e giornalisti famosi; a Milano sul palco c’era un esodato.

Alla Leopolda c’era Davide Serra che evocava un conflitto intergenerazionale e accusava i pensionati di rubare il futuro ai giovani; a Milano c’era don Massimo Mapelli, della Caritas Ambrosiana (avete presente quelli che ogni giorno si sporcano le mani per rialzare chi è rimasto indietro? quelli che lavorano nelle periferie e cercano di dare speranza a chi non ha più nemmeno la disperazione? ecco, uno di quelli…).

Alla Leopolda si parlava di un partito “dei sindaci e degli eletti dal popolo”; a Milano si progettava un partito aperto, animato da identità relazionali, democratico nella sua forma e nella sua organizzazione.

Alla Leopolda si discettava della fine delle ideologie e dell’insignificanza delle definizioni di “destra” e “sinistra”; a Milano, Gianni Cuperlo ribadiva che “noi non siamo il volto buono della destra, noi siamo la sinistra”.

Alla Leopolda si consacrava un leader “carismatico” e fortemente mediatico, brillante e simpatico; a Milano, Gianni Cuperlo diceva che la politica è la forza che da soli non si può avere mai. Sembrava quasi di risentire don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi della Scuola di Barbiana (Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è avarizia).

Alla Leopolda si evocavano (in maniera temperata, per carità) ricette economiche provenienti dalle ipotesi neo-liberiste; a Milano, Gianni Cuperlo ricordava che gli economisti fanno ipotesi ma il compito della politica è diverso, “è quello di scriverla la storia”.

Eh sì, forse è vero. Vorrei non fosse così ma davvero sembra ci siano due Pd inconciliabili. Forse però è solo un equivoco, chissà. Il Pd “old fashioned” – così pieno di giovani entusiasti – sembra destinato a scomparire davanti a quello più “cool”. A sparire insieme al sogno di Cuperlo di un segretario del Pd capace di “riscoprire i luoghi del disagio, stare tra la gente e non nelle stanze del partito”, a sparire insieme al valore della dignità.

Incurante di sondaggi e potenze mediatiche, Gianni Cuperlo (citando Eduardo De Filippo e l’immortale Napoli milionaria) ha chiuso il suo intervento a Milano con una nota di speranza: “la notte sta per finire e noi siamo l’alba”. Mi ha fatto venire in mente il brano di Isaia, 21, 11, “Sentinella, quanto resta della notte?”. Giuseppe Dossetti ricordava spesso il significato della “sentinella interpellata”, il senso profondo della speranza. Il tempo che arriva è il tempo di crederci.

Firenze e Milano sono a poco più di un’ora e mezzo di treno. Oggi però la grandezza scintillante della Leopolda era lontanissima da Milano; la prima ancorata a un presente da descrivere, la seconda già in viaggio nel futuro da scrivere.