robert-a-dahl“Robert A. Dahl è un colosso della teoria della democrazia. I suoi studi e le sue riflessioni costituiscono un punto di riferimento essenziale per tutti coloro che vogliono comprendere come le democrazie contemporanee funzionano. Ma anche per tutti coloro che vogliono migliorarle e riformarle”.

Così Sergio Fabbrini apriva un breve ma illuminante saggio su Robert Dahl, scomparso qualche giorno fa a 98 anni. Dahl è stato (e resta) un punto di riferimento per gli studi sulla democrazia. I suoi libri costituiscono un passaggio ineludibile per chiunque voglia occuparsi di politica, anche (e soprattutto) per quelli che pensano, per esempio, che si possano studiare i media senza conoscerne le profonde relazioni con i meccanismi e le logiche dei processi democratici.

La democrazia sembra essere stata inventata più di una volta e in vari luoghi, così scriveva Dahl in un volume divulgativo – Sulla democrazia (Roma-Bari: Laterza, 2002) – che non dovrebbe mancare nella biblioteca di studiosi e studenti di scienze sociali e politiche. L’assenza di linearità nello sviluppo della democrazia rappresenta uno (non certo l’unico) degli aspetti che hanno contraddistinto il lavoro del grande scienziato politico statunitense. Interessante che proprio questa assenza di “linearità” costituisca il punto di partenza anche dell’analisi (di altro genere) che Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, Milano: Feltrinelli, 2013) conduce sulle relazioni fra capitalismo e democrazia.

Sulla vicenda culturale di Robert Alan Dahl, mi permetto di consigliare – oltre il breve saggio di Fabbrini – l’illuminante articolo di Massimiliano Panarari, pubblicato oggi su la Stampa. Panarari, non a caso, individua nella “terza via” di Dahl – un “punto altro” fra realismo e idealismo – una delle caratteristiche fondative del pensiero del teorico della poliarchia, come proprio Sergio Fabbrini aveva messo in risalto nell’articolo dello scorso 12 settembre.

Con la scomparsa di Robert Dahl si apre un altro enorme vuoto nelle scienze sociali e politiche. Il modo migliore di colmarlo (per quello che potremo) è continuare a studiare la democrazia con la stessa passione che lo studioso statunitense ha avuto fino alla fine e con la sua stessa umiltà. La stessa umiltà scientifica che l’avalutatività delle nostre scienze empiriche ci insegna quotidianamente, a dispetto dei troppi pseudo-studiosi con le ricette in tasca e lo sguardo privo di speranza.

P.S.

Poiché il modo migliore di ricordare un grande studioso è studiare, mi permetto cinque consigli di lettura di testi sulla democrazia (testi che, in maniera del tutto personale, considero fondamentali):

  • Crouch, C. (2003) Postdemocrazia. Roma-Bari: Laterza
  • Dahl, R. (2002) Sulla democrazia. Roma-Bari: Laterza
  • della Porta, D. (2013) Can Democracy Be Saved? Cambridge: Polity
  • Fabbrini, S. (2007) Compound Democracies. Oxford: Oxford University Press
  • Morlino, L. (2011) Changes for Democracy. Actors, Structures, Processes. Oxford: Oxford University Press