Enrico Letta si è dimesso. Prima di ogni considerazione sul futuro, credo sia giusto tributare al Presidente Letta il riconoscimento di aver guidato il Paese in un momento difficile e di averlo fatto con misura e senso delle istituzioni. Si può – giustamente – criticare l’azione di governo, talvolta lenta e, nonostante alcuni buoni risultati (i cui esiti saranno evidenti nei prossimi mesi), sicuramente priva di quello slancio che sarebbe stato necessario in questa fase della storia del Paese. Non si può dimenticare, però, che Enrico Letta ha guidato un governo di “larghe intese”, che ha visto la spaccatura di uno dei partecipanti (lo scomparso Pdl) con il Ncd di Angelino Alfano fedele al mandato ricevuto dal Capo dello Stato e la nuova Forza Italia passata all’opposizione. E non bisogna neanche dimenticare la rivalità e la litigiosità interna allo stesso partito di Letta, il Pd; un dato storico, questo, che è diventato ancora più evidente con la segreteria di Matteo Renzi.

Nell’ultima direzione del Pd – che ha “sfiduciato” Enrico Letta – Gianni Cuperlo ha ricordato che la prassi usata è in contraddizione con una democrazia parlamentare, sebbene continui a contenere elementi di legittimità. Il partito di maggioranza relativa non appoggia più il suo stesso Presidente del Consiglio; lo statuto del Pd prevede una sovrapposizione fra Segretario e candidato premier: in caso di consultazioni, quindi, è del tutto legittimo che il candidato del Pd sia Matteo Renzi. Che poi lo statuto del Pd sia, a mio avviso, discutibilissimo nel merito e pericoloso negli effetti l’ho detto e scritto più volte. Ne avevo parlato già in un post del giugno del 2013, commentando la trasformazione tendenziale del Pd in “partito/comitato elettorale”. Il “partito-taxi” di cui allora scrivevo (usando un’espressione già usata da Andrea Manzella nel 1995) deve essere “contendibile e scalabile” e, com’è accaduto per il Pd, adottare una retorica basata sul mito della “democrazia diretta”. Tale infatti è la retorica sulle “primarie aperte”, quelle stesse che vedono il Pd unico partito delle democrazie occidentali a non vedere eletto il suo leader dagli iscritti.

Su questo tema, è oggi intervenuto anche Marco Bracconi sul suo blog, ospitato da la Repubblica:

Oggi c’è poco da lamentarsi. Gli “strappi” di Renzi sono anche figli di una reiterata resa alla democrazia diretta che nel tempo ha prodotto un meccanismo culturale destinato prima o poi ad entrare in conflitto con la vita del partito e le sue dinamiche decisionali”.

In molti lo scriviamo da tempo, almeno da tre anni. L’enfasi posta sulle primarie ha condotto persino a un uso distorto del termine: l’elezione del Segretario di un partito è un voto congressuale. Le elezioni primarie sono un’altra cosa, servono a scegliere i candidati di “una parte” da sottoporre al voto popolare. Sarebbe bene che i tanti fautori delle primarie “aperte” e i neo-blairiani (folgorati da una “vulgata” del blairismo che non ha alcun riferimento con l’originale) provassero a parlare dopo aver letto qualcosa: forse non ci guadagnerebbe la qualità della democrazia in Italia ma almeno il dibattito politico potrebbe cominciare a essere meno propagandistico e più concreto. A proposito, qui un articolo di Sergio Fabbrini sulle primarie in USA: l’avevo già consigliato in un post di novembre del 2012. Magari interessa solo a studenti e studiosi ma aiuta a comprendere chi e come ha “drogato” il linguaggio in questi ultimi anni.

Il mito della “democrazia diretta” che è soggiacente all’idea dell’elezione “popolare” del Segretario è assolutamente speculare con quella che è alla base delle esternazioni di Beppe Grillo; non notarlo sarebbe culturalmente disonesto. Tale mito – lo ribadisco fino alla noia – non ha niente a che vedere con le procedure della democrazia partecipativa e deliberativa. Ancora meno con la partecipazione “dal basso” o con le istanze della “cittadinanza attiva”.

In questo quadro, comunque, il segretario del Pd potrebbe diventare fra poco il più giovane Presidente del Consiglio della storia repubblicana, superando anche Giovanni Goria. Un governo a guida Renzi potrebbe dare nuovo slancio all’economia, soprattutto considerando la fiducia di cui il Segretario del Pd gode nell’ambiente economico-finanziario; può anche rappresentare un “salto nel buio” come molti (anche fra i più vicini al quasi ex sindaco di Firenze) temono. Sicuramente dovrà partire dalla stessa maggioranza che ha sostenuto Enrico Letta: e qui non è chiaro perché i veti incrociati che hanno rallentato il Presidente dimissionario dovrebbero scomparire d’incanto. Alcuni commentatori sostengono l’eventualità di un appoggio esterno per Renzi dalla Lega Nord e/o da “transfughi” del M5S: al momento mi sembrano solo ipotesi e (a parte un’intervista abbastanza estemporanea di Matteo Salvini) non ci sono elementi che fanno ragionevolmente pensare a tale “allargamento” dell’intesa governativa.

Matteo Renzi, e le persone a lui più vicine, parlano di un possibile governo di legislatura, chiedendo al Pd di prendersi carico della sua responsabilità di essere primo partito in Parlamento. Un tono molto diverso da quello che gli stessi soggetti usavano alla fine di febbraio del 2013, quando parlavano della “sconfitta” di Bersani e adombravano il governo istituzionale come unica possibilità verso un veloce ritorno alle urne. I tempi politici cambiano, è noto; ed è ancora più noto che anche la memoria politica è corta (almeno in Italia).

Aspettiamo ora il governo che verrà, le riforme istituzionali ed elettorali (quali saranno ora? e con che tempi verranno realizzate?), le politiche economiche e sociali. Io non so se è finito il tempo dei governi d’emergenza; sicuramente, però, è finito il tempo dei proclami e delle battute argute.