La retorica del conflitto intergenerazionale è sempre stata presente nella propaganda politica e, ovviamente, nei movimenti rivoluzionari. La morte (spesso non solo simbolica) dei padri ha contraddistinto molte epoche di passaggio; se si eccettuano i movimenti socialisti europei, che si sono tradizionalmente battuti per l’unità dei lavoratori e la solidarietà intergenerazionale, tutti gli altri movimenti di trasformazione hanno espresso (in forme diversificate) l’anelito allo scontro fra “vecchi” e “giovani”. Una tale dimensione retorica era presente anche nel fascismo italiano e persino nel maoismo (salvo poi ipostatizzare i nuovi potenti, quasi santificati nella loro longeva maturità).

La retorica del cambio generazionale è presente anche nel “tocca a noi” sbandierato da molti esponenti politici italiani. Dopo la rottamazione, la rivendicazione di un salto generazionale che sembrerebbe costituire la novità della politica e della società italiane.

Il problema però è definire chi sono i “noi”. Ho conosciuto molti 30-40enni (la generazione cancellata) sia in ambito accademico sia in altre aree delle professioni e del lavoro. Per lo più precari, nonostante i loro CV eccezionali e molto al di sopra della media europea. Giovani impegnati, attivi, capaci, ricchi di energia e spesso defraudati delle loro speranze. Persone molto diverse da quelle un po’ improvvidamente liquidate da John Elkann (su di cui assumo per definitivo il giudizio di Della Valle). Purtroppo i tanti “ragazzi” e “ragazze” che conosco non possono affermare “tocca a noi”. Non tocca a loro. Sono quelli sempre bravissimi ma con un CV “over qualified” (che sembra una condanna ma significa che sono troppo più bravi della media); sono quelle/i che raramente vincono perché difficilmente stanno all’ombra della persona giusta; sono quelli che hanno successi straordinari in giro per il mondo ma che nel proprio Paese sono sempre gli ultimi e se per caso si lamentano sono persino un po’ “choosy”. No, a loro non tocca.

E non tocca neanche ai loro fratelli e alle loro sorelle più giovani; soprattutto se vengono dalle stesse famiglie. Quelle che non hanno un papà con lo studio a via Monte Napoleone o una mamma con un attico a piazza Navona o uno zio con un negozio vicino piazza della Signoria. Non tocca a loro, soprattutto se non hanno mai frequentato i salotti che contano o, peggio, non sanno neanche che esistono i salotti che contano; quelli che al massimo conoscono il salotto anni Settanta della nonna, che offre loro il tè del supermercato e sono felici così.

Tocca invece ai 30-40enni (ma anche più giovani) che vengono da quel mondo che il potere lo conosce; e poco importa se spesso, oltre l’arroganza rampante, non hanno nient’altro. Tanto meno un CV di qualità o competenze acquisite nel tempo.

Non esiste un conflitto intergenerazionale in Italia. Non è mai esistito e non può esistere: perché non esiste una società se non si basa su un forte legame di solidarietà fra generazioni. Chi cita continuamente l’inesistente conflitto intergenerazionale, è funzionale a quel potere gerontocratico che, invero, esiste e che guarda caso esalta le “magnifiche sorti e progressive” del nuovo che avanza (salvo ovviamente non lasciare mai il proprio posto, a meno che non si tratti di un figlio o di una giovane amica).

Chi alimenta l’idea del “tocca a noi”, usando una retorica generazionale che non riguarda altri che se stessi, nasconde il vero conflitto sociale: quello fra chi i salotti del potere li frequenta e chi no; quello fra chi vive nelle periferie e chi non sa nemmeno che le periferie esistono; quello fra le figlie e i figli di quel ceto medio massacrato dalle politiche liberiste in salsa italiana e fra i giovani rampolli di aree di privilegio.

Non è un caso che alla retorica del “tocca a noi” si accompagni spesso l’idea che per conquistare i “diritti mancanti” bisogna toglierne un po’ ai padri che i diritti hanno conquistato sulla loro pelle. Mai che si dica che una democrazia di qualità è quella in cui i diritti crescono per tutti.

C’è un conflitto – strisciante – nella società italiana: fra l’Italia della cultura e quella della retorica del successo attraverso il denaro; fra l’Italia del merito e quella del privilegio; fra l’Italia delle ragazze e dei ragazzi che hanno in tasca un CV eccezionale (e nessuna tutela) e quella dei loro coetanei che di tutele non hanno nemmeno bisogno. All’Italia del merito e dell’impegno, all’Italia delle figlie e dei figli di impiegati anonimi non tocca ora. E forse non toccherà mai. A meno che qualcuno non ritrovi la speranza in un rinnovato patto fra generazioni, per costruire quella rivoluzione della dignità che va ben oltre governi e partiti.