Doppio no della Camera alla parità di genere: 335 no e 227 sì al primo emendamento alla legge elettorale che puntava sulla parità di genere. No anche al secondo emendamento, che mirava all’obbligo di alternanza di un uomo e una donna nei capilista: 344 no contro 214 sì. Governo e relatore si erano rimessi all’Aula. Pd, Fi, Sc e Ncd hanno dato ai deputati libertà di coscienza. I grillini hanno votato no.

Così l’edizione online de l’Unità, qualche minuto prima delle 21.00 di oggi 10 marzo. L’Italicum – proposta di legge dai contorni incerti e su cui nutro non poche perplessità – poteva almeno portare in dote alla Repubblica un primo passo verso la democrazia paritaria. Non sono le quote di genere a risolvere il problema della rappresentanza di gender, questa è cosa nota: si tratta però di uno strumento necessario nella contingenza storico-sociale di questo Paese. Non è un caso che sull’emendamento riguardante la parità di genere ci fosse un accordo bipartisan. La Camera – dove il Pd ha una grande maggioranza – non è però riuscita a bloccare il vento del passato che ancora soffia sulle istituzioni italiane.

Si tratta di un voto che è una sconfitta per tutte e tutti. Peggio ancora per il secondo emendamento (quello relativo all’obbligo di alternanza di un uomo e una donna nel ruolo di capolista) sostenuto con forza da tante deputate e fortemente appoggiato da Gianni Cuperlo. Una sconfitta che è aggravata dal meccanismo della legge elettorale in discussione che, di fatto, riporterà il Parlamento alla situazione precedente al 2013, lasciando questa legislatura come nuovo (e straordinario) materiale di studio per le colleghe e i colleghi che si occupano di gender politics.

Una sconfitta per tutte e per tutti. Ma soprattutto una sconfitta per il Pd, che segna un’altra pagina nera da dimenticare, dopo la mancata elezi0ne al Quirinale di Franco Marini prima e di Romano Prodi poi. Dopo quei fatti – è bene ricordarlo – Pierluigi Bersani si prese la responsabilità derivante dalla leadership e si dimise.

Qui – è bene dirlo chiaramente – non è in discussione il Governo, a cui il Paese deve augurare sinceramente di riuscire in un progetto di rinnovamento auspicabile, nel solco di un disegno politico di redistribuzione e giustizia.

Credo però che l’attuale gruppo dirigente del Pd dovrebbe seriamente interrogarsi sugli “almeno 60 voti” che mancano al voto di oggi. Non dico certo che il Segretario Renzi dovrebbe fare come fece Bersani un anno fa. Ma almeno provare a interrogarsi. Nel suo interesse, nell’interesse del Pd, nell’interesse del Paese.