L’argomento del giorno è costituito dalle affermazioni del Presidente del Senato, dall’immediata replica del Presidente del Consiglio e dalla rapida controreplica del Presidente del Senato. Il tema è il Senato. In teoria. In pratica il Presidente Grasso e il Presidente Renzi parlano di due cose diverse. Il primo fa riferimento alla natura elettiva del Senato e chiede di anteporre la definizione delle funzioni della “camera alta” alla sua formula di composizione; il secondo si scaglia contro il bicameralismo perfetto e, di fatto, ritiene che un Senato eletto costituisca un ostacolo in tal senso. Walter Veltroni , molto presente nei media in questi giorni grazie al suo film (appena uscito nelle sale) su Enrico Berlinguer, non tarda a prendere posizione a favore di Matteo Renzi: anche lui parla dell’ineluttabile necessità di superare il bicameralismo perfetto.

Io sono contro il bicameralismo perfetto, lo sono sempre stato. Ho sempre ritenuto che la duplicazione delle funzioni legislative rappresentasse un ostacolo all’efficienza democratica (efficienza che non è la responsiveness democratica – si badi bene – ma ne può rappresentare una parte significativa). Al tempo stesso ho sempre pensato – e continuo a pensare – che una seconda camera possa rappresentare un importante strumento di controllo; in altre parole, una garanzia per la democrazia. E più garanzie una democrazia possiede, più essa si avvicina all’impossibile ma tendenzialmente auspicabile “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” della definizione di Lincoln; più prosaicamente, il sistema di controlli istituzionali garantisce la correttezza del funzionamento democratico (come Dahl ci ha insegnato).

Essere contro il bicameralismo perfetto, non a caso, non significa essere favorevoli a un monocameralismo senza controlli. E, in effetti, la gran parte delle democrazie occidentali hanno una seconda camera, con funzioni di vigilanza, di garanzia o una somma di varie funzioni, a seconda delle diverse tradizioni storico-culturali dei vari Paesi. (Ne parla, fra l’altro, Ludger Helms in un vecchio ma ancora attuale libro sugli esecutivi).

Ho provato a rileggere le affermazioni del Presidente Grasso. Ho trovato un virgolettato su “Repubblica.it”:

“… domani si andrà al Cdm con una bozza scritta sulla riforma del Senato, mi premeva far sapere quale fosse la mia opinione. Non ne ho parlato col capo dello Stato, Giorgio Napolitano, perché io parlo a nome di me stesso per dire ‘stiamo attenti’, prendere degli amministratori e dare loro una funzione legislativa è qualcosa che stride con la nostra Carta costituzionale. Non ci si può basare soltanto sul risparmio per fare questa riforma. Sommando Camera e Senato abbiamo quasi mille parlamentari, tagliandone il 30% in totale avremo ottenuto aritmeticamente lo stesso risparmio. Se si dà la fiducia alla Camera che diventa un organo politico che lavora con celerità, allora dobbiamo togliere alla Camera alcune funzioni e fare del Senato una Camera specializzata, di controllo, di garanzia, ispettiva. Lo potranno fare i sindaci delle città metropolitane? Riflettiamoci”.

E ancora:

“Nell’abolizione del Senato così com’è più l’Italicum, e dunque con un monocameralismo di fatto, io intravvedo un risultato che porta verso la diminuzione degli spazi di democrazia. Perché oggi, secondo la legge elettorale approvata alla Camera, abbiamo una legge per cui una piccola minoranza del 25% può avere la maggioranza in parlamento e legifirare in una sola Camera. Mi sembra di essere come quel bambino che dice che il re è nudo. A me non sta bene salire sul treno che passa. E dunque è giusto porre il problema e porre la dialettica: non possono venire meno al mio ‘habitus mentale’ di dire quello che penso”

ll Presidente del Senato non difende il bicameralismo perfetto. Difende la logica della carta costituzionale.

Lo scontro allora non è, in effetti, sul Senato. Mi sembra che ci sia, di nuovo, lo scontro fra un modello di “narrazione” della politica fatto di concessioni all’antipolitica (abolire il Senato così risparmiamo, componiamo il Senato di sindaci e amministratori che lavoreranno a titolo gratuito, etc.) e un modello di procedura democratica basata su logiche formali (stabiliamo prima le funzioni che dovrebbe avere il Senato – dice Grasso – e poi decideremo come dovrà essere composto).

Io credo che un partito di sinistra (o centrosinistra, poco cambia) non dovrebbe indulgere al sentimento antipolitico e, al tempo stesso, dovrebbe cercare di ricorrere a strategie populiste solo per motivi strategici contingenti (campagne elettorali, per esempio) e con molta parsimonia. Bocciare qualunque tentativo di ragionamento (e quindi di apertura di un processo deliberativo) come vecchio, conservatore, nemico del nuovo, difensore dell’apparato e così via, costituisce una pratica pericolosa per la democrazia. E senza democrazia, il “nuovo” semplicemente non esiste.

 

P.S.P. (post scriptum “populista”)

A proposito di retoriche “popolari” (non necessariamente populiste ma forse anche…). Prima delle pratiche di spending review, il Senato costava (dati del prof. Perotti da La Voce.info) 479 milioni di euro. Il Sole 24 Ore faceva, invece, una stima complessiva di 526 milioni di euro. Di questi, 266 milioni provengono da emolumenti per senatori (compresi quindi i contributi ai gruppi) e dipendenti. Gli altri provengono dalle spese di gestione e dalle pensioni (che non sono una voce eliminabile). L’abolizione del Senato (non di Palazzo Madama, le cui voci di gestione resterebbero anche per la nuova “Camera delle Autonomie”, a meno che non si voglia vendere il palazzo a una catena di alberghi o farci un centro commerciale…) potrebbero portare a un risparmio oscillante fra i 200 e i 300 milioni l’anno. In pratica, meno del costo netto (senza cioè spese per implementazione e istruzione) di due F35.