STREAMING_renzi_m5sLa democrazia rappresentativa si basa fondamentalmente sull’elezione di persone che “rappresentano” interessi, culture, bisogni e aspettative. I “rappresentanti” sono chiamati a svolgere un compito complesso, dovendo coniugare il mandato ricevuto dai “rappresentati” (il corpo elettorale), la inevitabile fluidità dell’azione politica e la propria coscienza. Proprio in virtù di questa complessità i padri costituenti evitarono accuratamente l’obbligo di mandato e, per lo stesso motivo, è difficile prevedere nel nostro ordinamento l’istituto del recall (la possibilità per gli elettori di “sfiduciare” un eletto e chiederne la sostituzione).

Nella logica della democrazia rappresentativa, la conferma legittimante o la sanzione negativa sono esercitate attraverso il voto. In altre parole, non sono interessato a sapere se il “mio” rappresentante trova un compromesso con altri rappresentanti vedendoli al bar, a cena, giocando a calcetto o in una riunione formale. L’importante è che lo faccia nel rispetto della legalità e giunga a un obiettivo il più possibile vicino alle mie aspettative. La mia soddisfazione (o insodisfazione) si trasformerà poi nella conferma del voto (o, viceversa, in un voto alternativo).

Per inciso, se il “mio” rappresentante volesse anche sentire l’opinione dei suoi rappresentati sarebbe auspicabile ma non necessario. Con il “Porcellum” e anche con l’Italicum, il rapporto diretto con il corpo elettorale è sterilizzato per il fatto che l’elettore non ha la possibilità effettiva di scegliere il proprio “rappresentante”.

In realtà, ci sono altri modi per sentire il “corpo elettorale” (o semplicemente le cittadine e i cittadini). Per esempio, adottando pratiche di democrazia deliberativa e partecipativa. Si tratta di processi che richiedono impegno e tempo e, quindi, sfuggono sia alle logiche spettacolarizzanti degli “effetti annuncio” sia degli esercizi di democrazia diretta on line.

Facciamo un esempio. Poniamo che si voglia fare una grande e importante riforma istituzionale. Dovrebbero esserci tavoli deliberativi (o giurie di cittadini o altre forme di confronto) con proposte chiare e definite, documenti informativi, esperti e testimoni; il processo deliberativo, inevitabilmente articolato, dovrebbe giungere a soluzioni condivise o, almeno, fortemente condivise. Si potrebbe persino ipotizzare un voto finale (sebbene non necessario) lasciando poi agli organi istituzionali (il Parlamento) l’onere di “chiudere” la riforma. Un processo, insomma, trasparente e partecipativo, che richiede tempo e tanta informazione competente.

Che si voglia adottare una logica rappresentativa oppure che si voglia sperimentare una pratica deliberativo-partecipativa, resta una domanda: a che serve allora lo “streaming”? A niente. Effetto spettacolarizzante che dà ai telespettatori l’illusione del controllo su una liturgia che non ha niente di naturale; la sensazione di entrare in un “retroscena” che in realtà è specchio deformato della “ribalta”. Con l’aggravante che i cittadini diventano meri spettatori di uno spettacolo che spesso somiglia più a una recita di bambini (senza l’innocenza dei bambini) che a un allestimento professionale.

Le riforme sono necessarie; ma non a qualunque costo. L’assetto istituzionale di una democrazia che voglia essere veramente tale e di “qualità” non è un gioco; e si vince o si perde tutti insieme. Le riforme, cioè, meriterebbero un dibattito nel Paese o forse addirittura una nuova assemblea costituente o almeno un confronto parlamentare aperto, trasparente e senza vincoli di mandato (come non a caso vollero i Padri Costituenti).

La politica cerchi allora una strada, la più partecipativa possibile, impiegando il tempo che occorre. E senza perdere tempo con lo streaming.