cgil22marzo2002

Da diverse settimane osservo in silenzio le vicende della politica italiana e, in particolare, le modalità comunicative degli attori politici italiani. La vicenda del referendum in Scozia, peraltro, ha catalizzato l’attenzione di molti di noi. La passione che si respirava a Glasgow, per esempio, non era nemmeno lontanamente paragonabile al dibattito un po’ stantio della politica italiana; per non parlare del grande esercizio di democrazia rappresentato da mesi di confronto sui temi del referendum e, poi, dello stesso appuntamento elettorale.

Insomma, tante buone ragioni per non occuparmi della “comunicazione politica” italiana. Però alcune “novità” meriterebbero almeno un commento e forse anche uno studio più raffinato di quelli che si leggono sui giornali in questo tempo di conformismo omologato.

Ho sempre apprezzato la capacità comunicativa di Matteo Renzi; talvolta debordante ma sempre efficace (a prescindere ovviamente dall’adesione o meno ai temi proposti e agli slogan lanciati). Mi ha così un po’ colpito – di ritorno alle cose italiane – vederlo nel video con alle spalle la colonna traiana (che, come noto, celebra la conquista della Dacia da parte di Traiano). Mi ha colpito la ripetizione di una strategia comunicativa già adottata nelle primarie del 2012 (quelle, per intenderci, vinte da Bersani) e poi anche nella fase congressuale del 2013. La strategia della personalizzazione degli interlocutori o, se si preferisce, di attorializzazione simbolica degli attanti. Sono parole difficili che usano i colleghi semiotici: si potrebbe dire, più semplicemente, che per parlare di operai o giovani ne nomino alcuni come esempi… Mario ha 50 anni e fa l’operaio, Rita ha 34 anni ed è in cassa integrazione, Giuseppe ha 20 anni e studia fisica a Berkeley, etc. Serve a rivolgersi direttamente all’interlocutore, attivando un circuito di attenzione e, ovviamente, un interesse maggiore per questioni che non sono astratte ma riguardano persone concrete (che poi siano nomi e vicende di fantasia, poco importa). Si tratta di un artificio retorico noto e che di solito funziona bene; meglio ancora se a usarlo è una persona molto “comunicativa” come il nostro Presidente del Consiglio.

La cosa che mi ha colpito, però, oltre la mancanza di originalità retorica, è l’argomentazione “out of focus”. Per quale motivo, infatti, Mario, Giovanna, Andrea, Francgil-2002cesca, Paolo, Myriam, Elsa, Fabrizio, Jessica, Diego Armando (aggiungete voi altri nomi se volete) dovrebbero avere dei vantaggi dall’abolizione dell’articolo 18 non è chiaro. Il Presidente non dice che Mario, Giovanna, etc. avranno delle garanzie in più, che ci saranno investimenti per i giovani, che l’Italia ha scelto di scommettere sulla ricerca e sul futuro, che si cercherà di capire perché un’intera generazione è scomparsa dal mondo del lavoro. Ci dice che alcuni avranno qualche garanzia in meno. E quindi, per questo, saremo automaticamente “più uguali”.

Sembra insomma la logica del “mal comune mezzo gaudio”. L’eguaglianza conquistata al ribasso. In effetti, anche gli operai di Metropolis erano tutti uguali, nel loro sottosuolo ben distante dalla superficie in cui vivevano i ricchi. Ma una vera democrazia egualitaria si fonda sulla crescita del benessere e sull’allargamento dei diritti a tutte e tutti. Perché un giovane precario dovrebbe avere vantaggi se qualcuno può liberamente licenziare suo padre (o sua madre, come capita più spesso) non si capisce. Quale sarebbe la correlazione fra “meno diritti” e “più opportunità”?

“Siamo qui per cambiare l’Italia. Non tornare a scontri ideologici”, lo scrive ancora il Presidente Renzi agli iscritti al Pd. In realtà il “cambiamento” è esso stesso un portato ideologico: ha animato le grandi battaglie socialiste d’inizio Novecento, poi ha guidato i futuristi italiani e la loro esaltazione della guerra, quindi è diventato il faro di Mussolini; e poi, ancora di cambiamento hanno sempre parlato i comunisti e i democristiani e finanche i conservatori liberali. Sempre sventolando la bandiera del cambiamento si è imposto Silvio Berlusconi e, più recentemente, Beppe Grillo. Cambiamento contro conservazione, dove conservatori – ovviamente – sono quelli che “non vogliono cambiare” o, magari, per dirla più correttamente, propongono e auspicano un altro tipo di cambiamento. D’altra parte anche i Conservatives hanno accusato i giovani di Glasgow di non volere il cambiamento perché si ostinano a credere nel valore della democrazia egualitaria; dicendolo proprio a quei figli di operai che vivono in quartieri in cui l’aspettativa di vita è di 54 anni.

E, poi, non è “ideologica” la battaglia contro l’articolo 18, che in realtà ha un valore simbolico molto più alto di quello pratico?

D’altra parte non si può negare che i sindacati abbiano le loro responsabilità. Sicuramente, infatti, molto spesso non sono riusciti a intercettare il cambiamento sociale, a fare proposte innovative e originali, a lanciare un piano per un non più derogabile nuovo modello di di sviluppo. E forse è anche vero che qualche volta alcuni di loro hanno difeso rendite di posizione a svantaggio di chi era più meritevole. Però, chiedere ai sindacati dove fossero mentre si consumavano le tragedie del neo-liberismo (altra ideologia, ancora imperante) è ingenuo e fuorviante. Nel 1994 (12 novembre) oltre un milione di persone manifestavano a Roma (col sindacato) contro la riforma del sistema pensionistico, con cui il primo governo Berlusconi apriva la stagione della rottura del patto intergenerazionale (che è quello che regge le società democratiche). Per la cronaca, c’erano anche tanti scout che manifestavano con i fazzolettoni al collo. Mi sono anche ricordato che proprio contro l’abolizione dell’articolo 18, a marzo del 2002 la CGIL (da sola) portò in piazza tre milioni di persone. C’erano tanti lavoratori, pensionati ma anche interi nuclei familiari e tante persone che non erano della CGIL, che magari venivano dal volontariato o semplicemente pensavano fosse giusto esprimere pacificamente e democraticamente la propria posizione. Insomma, dov’erano i sindacati si sa, a patto che si vogliano ricordare alcuni passaggi importanti della storia recente del nostro Paese.

L’Italia ha sicuramente bisogno del “cambiamento”. Di cambiare verso e, soprattutto, direzione. Per farlo, però, ha bisogno di più diritti, non meno; di più welfare non di più poveri; di investimenti e speranze; di eguaglianza al rialzo, non al ribasso. Perché non è vero che il mal comune è mezzo gaudio. E’, invece, il bene di tutti che una democrazia matura deve perseguire; così che il nostro Paese diventi davvero il bene comune che dobbiamo difendere e rendere sempre migliore.