yes_scotlandL’esito del referendum scozzese è ormai alle spalle. Il “no” all’indipendenza ha vinto in maniera chiara, sebbene non nelle proporzioni che i sondaggi di alcuni mesi fa avevano evocato. Dagli oltre 30 punti di svantaggio, il fronte del “sì” è riuscito quasi ad azzerare lo svantaggio per poi lasciare sul campo la vittoria al “no” nell’ultima settimana.

Alex Salmond, first Minister of Scotland e leader dello Scottish National Party (SNP), ha rassegnato le sue dimissioni. Salmond aveva già annunciato la sua decisione di lasciare la politica attiva al termine del suo mandato ma l’esito del referendum lo ha spinto ad accelerare tale processo. Figura nobile quella di Alex Salmond, capace di condurre una battaglia per l’indipendenza senza mai agitare spettri etno-nazionalisti e senza mai fare ricorso alla propaganda populista. Un leader di grande carisma, amatissimo in Scozia, stimato a sud dei “Borders” e apprezzato in Europa per il suo europeismo convinto e solidale.

Lo SNP, peraltro, è un partito pacifista, europeista, integrazionista, che si auto-dichiara di “centre-left” e a cui i richiami del populismo sono sempre stati estranei.

Stupiscono quindi gli attacchi che ricevuto da altri leader europei, pronti a porre veti all’ingresso in Europa di una Scozia eventualmente indipendente o timorosi di un esito (la vittoria del sì) paragonabile a una “nuova Sarajevo”. Per capire questo processo, può essere utile ricordare alcuni passaggi importanti.

l percorso verso il referendum è lungo e nasce – in tempi moderni – già nel lontano 1978, quando si ipotizza (senza mai realizzarla) tale possibilità. Sarà poi Tony Blair ad avviare concretamente il processo verso un referendum sull’indipendenza. L’idea iniziale era quella che, fino al 2013, lo stesso Alex Salmond propugnava. Non un referendum con una scelta secca (sì/no) ma un referendum con quattro quesiti o, in una versione semplificata, con tre opzioni: restare nel Regno Unito, indipendenza oppure una più forte e netta autonomia. In realtà, Salmond era probabilmente per questa ipotesi, che avrebbe peraltro ottenuto una grande maggioranza fra la popolazione scozzese, unendo sia le frange più moderate dell’elettorato (minoritarie) sia quelle più progressiste. Il premier inglese, David Cameron, però si è sempre opposto a questa possibilità. Per lui, il referendum (mal sopportato sebbene inevitabile) doveva avere due sole opzioni: sì o no, con noi o contro di noi, isolati o tutelati, e così via.

Se l’idea del referendum della democrazia scozzese si situa come esito finale di processi deliberativi (com’è da anni tradizione nelle amministrazioni locali dai Borders alle Highlands), quella di Cameron è tutta nell’alveo della democrazia diretta. L’unica nella quale, peraltro, avrebbe potuto agitare una propaganda con toni fortemente populistici. Non è un caso che la campagna dei Conservatives e di Better Together  sia stata contraddistinta da una forte negativizzazione dell’avversario e spesso alimentata da toni aggressivi e per certi versi violenti (e non è nemmeno un caso che abbiano trovato come compagni di viaggio i neo-nazisti e gli xenofobi anti-europei dello Ukip).

La radicalizzazione delle posizioni era l’unica strada che Cameron potesse permettersi: la paura – soprattutto nei momenti di crisi – spinge i soggetti più deboli e/o indecisi a preferire la conservazione dell’esistente.

La strategia di Cameron rientra nella legittima ricerca di una vittoria politica. Incomprensibile, però, l’appoggio da questi ricevuto da politici (non solo conservatori) in Europa. L’idea che è “meglio stare insieme” è infatti fondata; accomunare risorse e investimenti produce più ricchezza e maggiori possibilità di avere un welfare efficiente e solidale. Non è chiaro, però, come mai gli stessi fautori della necessità di tenere insieme gli stati, storcano poi la bocca quando lo “stare insieme” riguarda l’intera Europa. Perché è “better together” dentro i confini nazionali e non lo è accomunando le risorse e le potenzialità dell’intero continente? Come mai gli europeisti più convinti (che hanno il mio forte appoggio sia chiaro) alzano poi barricate contro la Scozia europeista e appoggiano Cameron che, nel 2017, potrebbe portare il Regno Unito fuori dall’Europa? Perché è giusto che la Scozia rinunci a un po’ di sovranità ma non lo è più se alle banche centrali di Roma o Londra o Madrid si chiede lo stesso a favore della BCE? E ancora, come mai l’Europa sarebbe solo quella degli stati e non quella dei popoli e dei micro-stati di cui parlava Altiero Spinelli?

La realtà è che il referendum scozzese non ha niente a che vedere con rigurgiti etno-nazionalisti (se ne facciano una ragione i leader leghisti nostrani: in Scozia, per esempio, votano anche gli immigrati purché residenti…). Il background storico (da Bannockburn alle vicende malinconiche di Bonnie Prince Charlie, dalle gloriose tradizioni celtiche alla poesia di Robert Burns) costituisce un quadro culturale importante ma non decisivo; la grande battaglia era (ed è) fra chi propone un nuovo e più solidale modello di sviluppo e i fautori di un mercato iper-liberista. Non è un caso che i “mercati” (espressione, in questo caso, quanto mai indefinita) appoggiassero Cameron; e con essi i maggiori leader europei. Una strana alleanza fra fautori dell’Europa e suoi acerrimi nemici.

La Scozia si è così trovata, suo malgrado, al crocevia di un grande scontro internazionale, nonostante l’assoluta unicità della sua storia e delle sue vicende politiche.

alex_salmond_official_portrait_close_upNon è casuale che Alex Salmond volesse un referendum più aperto nei quesiti e che lasciasse più opzioni invece della netta e semplificatoria scelta fra sì o no. Un referendum che avrebbe vinto senza dubbio, dal momento che insieme le due opzioni (indipendenza, maggiore autonomia) avrebbero ottenuto un risultato (stando ai sondaggi) vicino al 70% dei voti. Ma Salmond ha perso. O no?

In realtà, una maggiore autonomia è quella che Cameron ha promesso comunque agli scozzesi. E, se manterrà le promesse, l’unione fra la Scozia e il resto della Gran Bretagna avrà un regime che somiglierà molto a quello di una federazione (pur non essendolo di diritto). Il voto – se analizzato per classi anagrafiche – rivela particolarità interessanti. Per esempio, nella popolazione fra i 18 e i 64 anni, il “sì” vince (e il no esce vittorioso soprattutto grazie al voto degli ultrasettantenni) e nelle proporzioni la prevalenza del sì è anche più schiacciante fra le generazioni più giovani. Il voto dei giovani, cioè, ha scelto Salmond, sebbene sia meno telegenico di Cameron.

Il referendum scozzese segna una discontinuità. Da una parte l’idea di una democrazia egualitaria, fondata sul welfare e sulla centralità delle persone; dall’altra l’attuale modello di sviluppo, con i suoi successi e i suoi (tragici) fallimenti. In definitiva, al sogno infranto di un modello diverso si affianca la sostanziale vittoria di Salmond; che si è dimesso, è vero, ma regala alla Scozia (se Cameron manterrà le promesse) il più alto grado di autonomia dai tempi di Robert Bruce. Cameron invece si è ficcato in un “cul de sac”: se manterrà le promesse scontenterà una parte del suo elettorato più “unionista” (che potrebbe essere tentato da Farage e dal suo Ukip) se non lo farà perderà il suo elettorato in Scozia e forse anche in Galles. E non è detto che questo apra la strada al Labour, che soffre di un’evidente crisi di credibilità. Insomma, situazione fluida.

Due sole certezze. Il grande esercizio di democrazia che la Scozia ha mostrato al mondo e il significato storico della sua vicenda. Un significato che risiede nel valore stesso della democrazia, che è tale solo nell’uguaglianza. Indipendente o no, la Scozia (primo paese in Europa per uso di energie alternative, tanto per fare un esempio) mostra che un modello di sviluppo che parta dalle persone è ancora possibile.