Dopo il 40.8, il dato percentuale con cui il Pd aveva vinto le elezioni europee e che è stato più volte citato dai media (e da Matteo Renzi), compaiono oggi anche altri numeri. In particolare, il numero di oggi è quel “neanche 40” dell’Emilia Romagna; solo che stavolta non è la percentuale di voto di un partito ma la percentuale dei votanti, di tutti i votanti. La regione “rossa” (come veniva chiamata in un passato che sembra lontanissimo) e che rappresentava il “cuore pulsante” della partecipazione e della passione politica ha deciso di non recarsi alle urne. Lo ha fatto persino meno della Calabria, dove il tasso di astensionismo è stato sempre storicamente un po’ più alto.

Nei prossimi giorni faremo, con calma e con rigore scientifico, l’analisi di un astensionismo mai così alto nella regione a lungo più innovativa d’Italia (e non solo). Le “spese pazze”, certo; il disamoramento per la politica “tradizionale”, certo; il disallineamento fra elettorato e partiti, sicuramente; la perdita di credibilità delle istituzioni, e anche questo è vero; la crisi economica e l’apparente (?) incapacità della politica a fornire risposte o modelli alternativi di sviluppo; la crisi di legittimità dei corpi intermedi (e con esso il processo di presidenzializzazione dei partiti, diventati sempre più comitati elettorali dei leader e sempre meno luoghi della partecipazione). Magari troveremo anche altre ragioni. Tante variabili, tutte valide.

Provo a ipotizzarne anche un’altra, da studiare: l’assenza di rappresentanza. A me sembra che una parte consistente dell’elettorato (e quindi della società italiana) si trovi ora senza rappresentanza politica. Così, mentre i numeri volano nei media le persone, dopo aver abbandonato circoli e sezioni di partito, ora abbandonano il voto. Che sia verso il disinteresse e l’apatia o verso nuove forme di partecipazione è ancora tutto da verificare.

Restano i numeri. In particolare quelli dell’astensionismo, il grande unico vincitore.