labour_clears_the_wayIl confronto parlamentare sulle riforme ha raggiunto, in questi giorni, un livello di conflittualità molto elevato. Non è un bene per il Paese, che di riforme ha sicuramente bisogno ma di riforme condivise e in un clima di confronto democratico. L’Italia non ha bisogno della retorica delle riforme e tanto meno della retorica dell’efficientismo; dovrebbe semmai riscoprire l’etica della partecipazione politica e il valore fondativo del dialogo. La strada intrapresa dalla politica (e dal Governo in primo luogo) sembra però essere un’altra.

Dovremmo provare a ragionare sulla sostanza delle cose. Ci sono almeno tre elementi da sottolineare: a) il ruolo e la composizione del Senato; b) la legge elettorale; c) la connessione fra riforme istituzionali e legge elettorale.

Proviamo, allora, ad affrontarle in maniera razionale.

a) Il ruolo e la composizione del Senato

La riforma del bicameralismo perfetto non è una novità nel dibattito politico nazionale. L’inadeguatezza di un sistema istituzionale, garantista ma lento, era presente persino ai padri costituenti che però, in un altro contesto storico, preferirono l’enfasi sulle garanzie del processo legislativo. Non va infatti dimenticato che il Senato repubblicano sostituiva quello del Regno d’Italia, la cui composizione era prerogativa del re (i senatori erano di nomina regia) e poi, di fatto, dei presidenti del consiglio che “suggerivano” al sovrano i senatori da nominare. Senatori, anche questo è bene ricordarlo, che restavano in carica “ad vitam”.

In epoca repubblicana, di riforma del sistema hanno parlato più volte esponenti importanti di tutti i partiti e, in particolare, della Dc e del Pci. L’idea che una delle camere (il Senato) svolgesse funzioni di controllo e garanzia, avendo prerogative diverse dall’altra era ben presente nel dibattito politico, persino prima che Matteo Renzi venisse al mondo.

Lo snodo importante è rappresentato dalla composizione della seconda camera. Il progetto Renzi-Boschi fa del Senato una sorta di luogo di confronto fra amministratori locali; non composta, quindi, da persone elette per svolgere precipuamente il compito di garanzia e controllo ma da soggetti che dovrebbero impiegare il tempo in altre funzioni pubbliche. Eppure basterebbe poco per rendere accettabile la riforma del Senato: una composizione elettiva, su base proporzionale tale da garantire la presenza (e dunque l’esercizio della funzione di controllo democratico) anche alle culture politiche marginali.

Trovo assolutamente privi di senso i confronti con la House of Lords britannica. Non solo perché siamo una Repubblica e non abbiamo i Lords ma perché essa era considerata anti-democratica dai Laburisti già all’inizio del Novecento (il manifesto qui riportato è un poster del Labour del 1909). E i “blairiani” nostrani dovrebbero ricordare che una camera alta non direttamente elettiva era fortemente stigmatizzata nel manifesto del Labour del 1997 (quello su cui venne costruita la grande vittoria di Tony Blair):

The House of Lords must be reformed. As an initial, self-contained reform, not dependent on further reform in the future, the right of hereditary Peers to sit and vote in the House of Lords will be ended by statute.

b) La legge elettorale

Non esiste una legge elettorale perfetta. Ogni legge è sempre un artificio (necessario) per coniugare governabilità e rappresentanza (sociale e politica). Un Paese moderno dovrebbe imparare a dialogare su una legge così delicata e importante, evitando interessi transitori di bottega e tentazioni di gerrymandering. Provare a informare l’opinione pubblica, chiamarla a un grande esercizio di partecipazione deliberativa (magari usando su scala nazionale il modello della legge della regione Toscana sulla partecipazione dei cittadini) avrebbe potuto rappresentare un metodo diverso da quello della vecchia politica da “rottamare”. Una democrazia dialogica, ovviamente, non può certo partire dall’affermazione assiomatica “non prendo lezioni da nessuno“: ho paura, però, che la dottrina socratico-platonica della “docta ignorantia” sia finita essa pure nel calderone della rottamazione.

Gli scontri in Parlamento costituiscono l’esito di un metodo che ha sostituito il dialogo e le pratiche deliberative con la democrazia della maggioranza. Cioè quel tratto specifico che era stato più volte rimproverato alle affermazioni e alle pratiche istituzionali di Silvio Berlusconi.

c) La connessione fra riforme istituzionali e legge elettorale

Com’è noto anche agli studenti meno brillanti, l’architettura elettorale viene regolata da legge ordinaria dello Stato mentre le riforme dell’assetto istituzionale sono processate attraverso un iter specifico. Non esiste nessuna connessione fra legge elettorale e riforme istituzionali. La scelta di istituire un legame è puramente politica; è “ideologica” (lo ribadisco per i tanti che hanno fatto del rifiuto della “ideologia” una bandiera altrettanto ideologica). In questo caso, la necessità di esibire il trofeo di un risultato raggiunto, nel quadro di una retorica dell’efficienza, determina un pasticcio politico e rischia di acuire la crisi di credibilità e legittimità sociale dei corpi intermedi e delle istituzioni.

Magari una maggiore “efficienza” la si potrebbe usare per leggi di supporto alle imprese e alle famiglie, nonché a un impegno complessivo a ridisegnare lo scenario economico nazionale. Magari una maggiore “efficienza” la si potrebbe usare per un impegno convinto per “risolvere le cause strutturali della povertà; ricordiamoci che la radice di tutti i mali è l’iniquità” (Papa Francesco nel discorso per Expo 2015).

Nota a piè di pagina

Un’ultima nota, su una questione solo in parte connessa alle riforme, sebbene anche il cambiamento d’impostazione dell’economia europea rappresenti una “riforma” non più rinviabile. Diversi economisti e politici (anche italiani) si sono stracciati le vesti all’udire la proposta greca di condono del 50% del proprio debito. Una Grecia incapace di pagare il suo debito rischierebbe un nuovo “default sociale”, ben più rischioso di quello economico, col risultato che essa provocherebbe danni anche agli altri paesi europei. Sfuggire al credito “inesigibile” per favorire la ripresa (e pagare almeno una parte del debito) era, non a caso, uno degli argomenti usati da Keynes negli anni Venti. Nel 1953, il debito della Germania (contratto non a causa del malaffare politico ma a causa dei danni di una guerra disastrosa, costata milioni di morti nelle città e nei campi di sterminio) fu condonato per il 50% da 21 paesi (fra cui la Grecia). Il debito ammontava a 23 miliardi di dollari, una somma all’epoca enorme, che la Germania non avrebbe mai potuto pagare e che fu ridotta a 11,5 miliardi (dilazionati in 30 anni). Perché mai la proposta del governo guidato da Tsipras sarebbe inattuabile o folle è cosa che non capisco.

La riforma delle regole comunitarie, la riforma dei mercati, la necessità di combattere la disuguaglianza sono riforme urgentissime. A queste però la retorica dell’efficienza non si applica; con buona pace degli appelli di Papa Francesco e delle vite delle persone di oggi e di quelle che verranno.