Mhairi-Black

Mhairi Black (SNP). La più giovane deputata a Westminster negli ultimi quattro secoli.

Il risultato delle elezioni britanniche non lascia spazio a equivoci. Un vincitore (David Cameron) a cui andrà il governo (anzi, per la precisione, che continua a governare), una vincitrice (Nicola Sturgeon) che segna uno dei successi politicamente più rilevanti della storia delle democrazie europee, tre sconfitti (ma non tutti allo stesso modo).

Il primo vincitore è sicuramente David Cameron, che non solo ha migliorato il risultato del 2010 ma è riuscito persino a evitare il governo di coalizione con i LibDem. Un anno fa i sondaggi davano Cameron dietro Miliband e il suo recupero – seppure possibile – appariva difficile. Ma in un anno sono accadute molte cose.

Innanzitutto il referendum per l’indipendenza scozzese. Il Labour non è riuscito a capire (o meglio non ha voluto capire) che il referendum non era per chissà quale nostalgia o per il… ritorno degli Stuart ma segnava una cesura netta fra due modelli di sviluppo sociale; da una parte la proposta di una società solidale, aperta, basata su un welfare reale; dall’altra parte la conservazione del modello neo-liberista. Da una parte lo Scottish National Party, partito “nazionalista” atipico, di centro-sinistra, europeista, fautore di una politica economica basata sulla solidarietà e di modelli partecipativi di democrazia; dall’altra parte il blocco conservatore, dai Conservatives ai LibDem fino al populismo dello UKIP di Nigel Farage e persino agli xenofobi neo-nazisti del BNP. Il Labour – tradizionalmente radicato in Scozia (e nel Nord dell’Inghilterra sue aree di elezione) – poteva invitare al voto di coscienza o scegliere la causa scozzese, una causa “de facto” anti-liberista. Ed Miliband, però, decide di schierarsi con i Conservatori e i Lib Dem (e quindi, di fatto, anche con lo UKIP e il BNP). Scelta suicida, che permette al “no” di vincere (per poco) il referendum ma che di fatto fa esplodere lo Scottish Labour Party e porta il tradizionale elettorato laburista verso lo Scottish National Party (SNP). Non è un caso che, proprio in quei giorni, l’SNP ottiene una crescita vertiginosa di iscritti; un caso in assoluta contro-tendenza rispetto alla dissoluzione della party membership che sembra essere invece la costante europea.

Il Labour, tuttavia, continua con la sua ossessiva volontà di occupare il centro, anche se apparentemente con le parole d’ordine della sinistra. Quando Ed Miliband inizia la sua campagna sull’immigrazione, ottiene che la sua base operaia delle città del Nord dell’Inghilterra si sposti verso lo UKIP (questo almeno evidenziano le prime analisi sui flussi elettorali); nel contempo lo stesso UKIP viene “svuotato” dalla capacità di Cameron di inseguire Farage sul suo terreno e addirittura di scavalcarlo. La promessa di referendum sulla permanenza nell’Unione Europea andava (e va) in quella direzione.

La sconfitta di Farage – che pure ottiene in valore assoluto un risultato da non sottovalutare – va letto come la somma negativa di una tendenza in entrata (dal Labour) e una (più consistente) in uscita (verso i Conservatives).

I LibDem fanno storia a parte. Il loro crollo era evidente nei sondaggi da tempo. Incapaci di “bilanciare” la politica economico-sociale di Cameron, sono apparsi ai cittadini britannici come una forza inutile. Il loro inseguimento “critico” verso Cameron ha portato voti a quest’ultimo. Come per i laburisti, fra la copia (conservatori in salsa liberale o conservatori in salsa laburista) e l’originale (conservatori in salsa conservatrice), l’elettorato ha scelto l’originale.

Fra i tre sconfitti, è Miliband quello che ottiene il risultato peggiore. Non solo ha dilapidato il vantaggio accumulato (pur con tutte le cautele del caso sui sondaggi degli ultimi due anni) ma è riuscito nel compito (che sembrava impossibile) di consegnare a Cameron il suo primo governo tutto “tory”. E un pezzo importante della sua partita, il Labour l’ha perduto in Scozia.

Il successo dello Scottish National Party conferma (e amplifica) quello del referendum. Un modello diverso di società, il tentativo di offrire (anche a Westminster) un’opposizione trasparente e credibile. Non è un caso che Nicola Sturgeon abbia usato nella campagna elettorale i temi tradizionali del partito: la solidarietà, il lavoro, il rifiuto dei sommergibili nucleari, la tutela ambientale, i diritti dei giovani e degli anziani, l’innovazione, la difesa dei valori della democrazia. L’insistenza sul valore della democrazia (e della sua qualità) da parte di Nicola Sturgeon ha rappresentato una stranezza per chi – soprattutto in Italia – è abituato alla politica fatta attraverso hashtag e slogan a effetto; quasi fuori moda la “First Minister of Scotland” che incontra femministe, studenti, casalinghe, professori e operai, e che però conquista 56 seggi su 59. E si candida a essere l’unica reale voce di opposizione nel parlamento di Londra.

Ultima considerazione. Il sistema elettorale britannico (collegi uninominali, a turno unico) ha spesso evidenziato qualche problematicità (come tutti i sistemi elettorali, peraltro). Riesce tuttavia a esprimere una maggioranza forte. Senza liste bloccate e senza premi di maggioranza.