nicolasturgeononbrexitEra da tempo che non scrivevo su questo blog. Un po’ per i troppi impegni, un po’ (soprattutto) perché non c’è molto di cui parlare in un Paese appiattito su una paurosa mancanza di prospettiva. Il deficit di speranza, in altre parole, ha colpito anche la mia voglia di scrivere e di condividere idee, sensazioni, studi e, appunto, speranze. Nonostante mi seguissero tante persone, mi sembrava un esercizio un po’ autoreferenziale.
Lo uso oggi – a più di un anno di distanza dall’ultimo post – per evitare di scrivere un commento su Facebook, che lì sarebbe troppo lungo. E lo faccio per parlare del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea.
Su #EUref si è scritto molto – soprattutto su Fb, dove tutti siamo sempre un po’ autoreferenziali. Sull’esito del referndum (la cosiddetta #brexit) ho letto molte analisi. Come sempre, alcune sono più meditate, altre passionali, altre ancora semplice sfogo messo in forma di commento “colto”.
Tuttavia, mi hanno colpito in particolare alcune cose.
La prima riguarda l’evoluzione dei commenti sui giovani: prima “europeisti” e derubati del loro futuro dai vecchi (quando i dati evidenziavano che fra i giovani aveva nettamente prevalso il #remain); poi sciocchi e un po’ “bamboccioni”, in qualche modo responsabili del risultato anche perché “viziati” da studi e soldi (quando i dati hanno evidenziato che il tasso di partecipazione al voto da parte dei giovani non ha superato il 36%). Due modalità di commento antitetiche e speculari, entrambe rabbiose e con un tratto comune: ricollocare in agenda il conflitto inter-generazionale. Non mi piace questo modo di fare analisi politica perché – come troppo spesso accade – non si tengono in conto le variabili sociali che contribuiscono a determinare (ma non determinano causalisticamente) un risultato. Alle generalizzazioni semplificatorie siamo ormai rassegnati ma la responsabilità non è solo dei media (come, con tratto auto-assolutorio, alcuni commentatori dicono): le analisi del voto (come peraltro le giustificazioni delle leggi elettorali) banalizzate da tabelline decontestualizzate e spiegazioni causa-effetto sono una responsabilità evidente anche di una parte del mondo accademico. Correlation is not causation, lo spieghiamo nelle nostre classi ma molti preferiscono le risposte a effetto che consentono di avere 15 secondi in tv o una citazione di una riga su un quotidiano.
Sulle diverse variabili che hanno giocato un ruolo nell’affermazione del #leave è stato scritto molto ed è inutile tornarci qui su un post che è già troppo lungo: a) la situazione economica britannica, b) il “cleavage” centro-periferia (che esiste ancora); c) il tasso di scolarizzazione; d) la consuetudine a forme di democrazia partecipativa (significativamente e storicamente più forte in Scozia, non a caso); e) il comportamento becero degli eurocrati; f) le politiche neoliberiste di austerità (per i più poveri, ovviamente); g) la campagna violenta, xenofoba (campagna d’odio) e “bugiarda” degli attivisti del #leave; h) la campagna tiepida e poco convincente degli attivisti del #remain; etc.
Qui voglio solo concentrarmi su un punto: la centralità (presunta) della questione economica. Alcuni commentatori hanno enfatizzato l’imminente morte dell’economia britannica (usando i dati delle borse); altri hanno invece irriso i primi mostrando i grafici (dei dati delle borse). In realtà, le borse registrano il cambiamento politico ma spesso i loro risultati sono il frutto di spinte speculative organizzate, le stesse che cercano di orientare (con finanziamenti e pressioni) per un esito politico o l’altro. E che la vittoria del #leave rappresenti una ghiotta occasione per diversi attori economici è un dato di fatto (al di là degli istogrammi più o meno alti o delle curve che salgono e scendono). Le spinte speculative su singoli Stati in conflitto fra loro sono, peraltro, molto più facili di quelle su un’entità sovranazionale.
La #brexit rappresenta soprattutto una sconfitta culturale, la sconfitta del sogno europeo, di quello che molti di noi sognavano da bambini pensando a un continente senza frontiere e in cui la diversità avrebbe dovuto rappresentare una grande ricchezza. Non è l’Europa dei burocrati non eletti quella che volevamo; eppure quel sistema non viene messo in crisi della #brexit, al punto che liberarsi della “zavorra” inglese può persino essere un vantaggio (come da molti sostenuto, non senza ragioni). La responsabilità dei governi di Londra è quella di avere ostacolato un processo di integrazione, lucrando sullo scambio e il compromesso proprio con quelle eurocrazie che, dal risultato del #EUref non perdono niente. Anzi.
[Per inciso: le politiche di austerità iper-liberista nascono ben prima dello strapotere del Consiglio europeo (che ha lasciato alla Commissione le questioni meno “politiche”, come le misure degli ortaggi o gli standard dei bagni) e vanno ricercate nel periodo della signora Thatcher, una delle peggiori capo di governo che UK abbia mai avuto. Lo so che molti la ricordano come una “grande leader” e una narrazione agiografica ne ha fatto una sorta di eroina del conservatorismo lungimirante. La penso diversamente: sarò impopolare ma quel periodo ha rappresentato l’inizio dell’impoverimento delle aree che oggi diventano preda di UKIP e il punto di partenza per il depauperamento dell’istruzione e per il ritorno a una formazione “di classe”; il thatcherismo, inoltre, è anche quello della violenta repressione in Irlanda del Nord e dei lavoratori e delle lavoratrici nel nord dell’Inghilterra e in Scozia).
Ultima questione, fra quelle che ho letto in questi giorni. Il risultato del referendum è chiaro e va accettato. Pensare che possano votare solo i “colti” o i “consapevoli” è una cosa che ha senso dire solo al pub, dopo la terza pinta. Il problema, semmai, è che uno strumento importante di democrazia diretta sia stato usato come arma di pressione politica (interna e internazionale) dal Primo Ministro, che non ci sia stata una chiara informazione, che si sia lasciato spazio alle bugie di Farage senza che i media provassero almeno a fare un minimo di fact-checking. In Scozia, dove la politica ha giocato un ruolo di mediazione e informazione (accanto a molte altre variabili come dicevo sopra) il risultato è stato diverso.
Ma in Scozia il risultato è stato diverso anche perché già nel referendum del 2014 (#indyref) non era in gioco soltanto – come abbiamo cercato di spiegare a suo tempo – lo scontro fra “identità” geografiche bensì soprattutto quello fra diversi modelli di sviluppo. Semplificando, il modello neo-liberista dei governi di Londra contro il modello solidale del governo scozzese. Le dichiarazioni della signora Nicola Sturgeon confermano quella posizione e quei valori (l’accoglienza, la solidarietà, il welfare, i valori fondativi della democrazia). La richiesta scozzese (legittima e indiscutibile) di restare nell’Unione Europea non è solo la volontà di evitare l’isolamento; è anche la promessa che un modello diverso esiste e che l’Europa (se vuole sopravvivere) può seguirlo.