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La rivoluzione gentile

Verrà presentato mercoledì 30 maggio, a Milano, alla Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, il libro La rivoluzione gentile. La campagna X Pisapia sindaco di Milano (Franco Angeli, Milano). Curato da Emanuele Gabardi, il libro contiene saggi, analisi e testimonianze di chi quella campagna (assolutamente innovativa dal punto di vista comunicativo) l’ha fatta. Il curatore del volume ha voluto darmi l’onore (e l’onere) della postfazione, cosa che ho fatto con vero piacere: la campagna di Pisapia era, infatti, una di quelle che avevamo studiato nel nostro centro di ricerca (CMCS) e che, peraltro, Emiliana De Blasio analizza come rappresentativa dello stile della leadership orizzontale e dialogica (in opposizione alle leadership tele e webpopuliste).
Alla presentazione parteciperanno tutti gli autori, coordinati dal curatore (e autore a sua volta) Emanuele Gabardi; porterà un saluto il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.
Mercoledì 30 maggio, ore 18.30
Fermata MM 1 (rossa): Wagner

Appunti di scienza politica 2. Presidenzialismo

Angelino Alfano e Silvio Berlusconi hanno proposto – a leggere i diversi quotidiani e siti internet che ne parlano – la trasformazione istituzionale della repubblica italiana in repubblica “presidenziale” sul modello francese, in cui il Presidente guidi anche il governo… Ma qui c’è un po’ di confusione. Proviamo a diradare la nebbia delle proposte politiche (e della loro mediatizzazione) ricorrendo a qualche appunto di scienza politica. In questo caso mi permetto un’autocitazione, da un capitolo tratto dal libro che ho scritto con alcuni colleghi: Emiliana De Blasio, Matthew Hibberd, Michael Higgins, Michele Sorice (2012) La leadership politica fra media e populismo. Roma: Carocci.

Tradizionalmente si distinguono le forme di governo parlamentare da quelle di tipo presidenziale [...] La classificazione tradizionale fra sistemi parlamentari e sistemi presidenziali fa riferimento “a due distinte dimensioni delle istituzioni governative. La prima è quella della loro legittimazione democratica o, per essere più precisi, delle modalità attraverso le quali questa modalità viene garantita. La seconda invece fa riferimento alla struttura dell’esecutivo. L’attributo presidenziale indica, infatti, “lo status di preminenza nella compagine governativa della figura monocratica del presidente, che cumula le due cariche di capo del governo e di capo della stato” (Cotta, M. Della Porta, D., Morlino, L. (2004) Fondamenti di scienza politica. Bologna: Il Mulino, p. 277). In realtà sia la legittimazione democratica sia la struttura dell’esecutivo prevedono almeno altre due sottovariabili ciascuna: la legitimazione, infatti, può essere diretta (quando sono i cittadini a votare direttamente il capo del governo) o indiretta (quando sono i parlamentari a esprimere col loro voto la legittimazione al capo del governo); la struttura dell’esecutivo, a sua volta, può essere monocratica (quando è il presidente a svolgere un ruolo principale nel governo) o collegiale (quando la responsabilità è divisa o partecipata fra diversi membri). [...]

Un caso diverso è rappresentato dal semipresidenzialismo [...] dal punto di vista dell’incrocio delle variabili riguardanti la struttura dell’esecutivo e la legittimazione democratica, ci troviamo effettivamente di fronte a un sistema ibrido, nel senso che esso  presenta una struttura dell’esecutivo fondamentalmente monocratica ma in cui sussistono elementi di collegialità, mentre ottiene una legittimazione a un tempo diretta (l’elezione del presidente da parte del popolo) e indiretta (il governo deve ottenere una maggioranza parlamentare).

[...]

Vanno però segnalate alcune differenze fra presidenzialismo e semipresidenzialismo che sono di natura tecnica e sostanziale: nel sistema presidenziale, il presidente di norma non può sciogliere il parlamento e, peraltro, non esiste la carica di Primo Ministro. Diversamente nei sistemi semipresidenziali il potere esecutivo è “dualistico” dal momento che esso è condiviso dal presidente e dal primo ministro: si tratta, però, di una situazione che si realizza solo nel caso della coabitazione (un parlamento che esprime una maggioranza diversa da quella del presidente) mentre nel caso di un primo ministro espressione della stessa maggioranza che ha eletto il presidente, il dualismo è solo teorico (è infatti il presidente, in quel caso, che governa). [...] Nel caso francese, la forza democratica è data anche dal sistema elettorale: doppio turno con ballottaggio e parlamento eletto separatamente dal presidente (cfr. Pasquino, G., Ventura, S. (2010) Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese. Bologna: Il Mulino). Questo sistema garantisce ai cittadini di eleggere un parlamento teoricamente di colore diverso da quello del presidente: in questo caso (coabitazione) è il primo ministro ad avere un grosso peso decisionale. Il doppio turno, inoltre, favorisce la rappresentanza e le aggregazioni programmatiche (come accade – anche se in modo leggermente diverso – nelle elezioni comunali in Italia) e consente ai cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

Bisognerà attendere, ovviamente, che la proposta Alfano-Berlusconi giunga in Parlamento. Al momento essa sembra abbastanza confusa: presidenzialismo puro o semipresidenzialismo? doppio turno con collegi uninominali o con collegi regionali? quota percentuale (e di quale entità) per garantire il diritto di tribuna o no? sistema bicamerale o monocamerale? Insomma, al momento sembra più una strategia di comunicazione politica che una vera proposta di riforma istituzionale.

E qui siamo al punto  più delicato. La trasformazione della forma repubblicana non è questione di “manutenzione” della Costituzione bensì cambiamento radicale dell’architettura istituzionale. Personalmente non sono contrario al semipresidenzialismo (anzi…); purché in un sistema di regole, di garanzie e di contrappesi istituzionali (come accade appunto in Francia). Al tempo stesso, però, non si può non sottolineare che una trasformazione istituzionale avrebbe bisogno di un vasto consenso non solo nel Parlamento ma nel Paese; necessaria una fase (non lunghissima ma ragionevole) di dibattito e approfondimento nonché di analisi di tutte le variabili in campo. Lo si può fare in poche settimane? E, ancora, può politicamente farlo un parlamento di nominati? Non sarebbe più opportuno, innanzitutto, ridare alle cittadini e ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti e POI lasciare che questi possano legittimamente avviarsi a una trasformazione così radicale?

Il sospetto – anche di molti commentatori – è che una proposta lanciata in questi termini sia solo la continuazione della “strategia del predellino”. Un po’ poco per un centro-destra che vorrebbe essere europeo.

Dal sondaggio alla democrazia della rete

In un libro di imminente pubblicazione (E. De Blasio, M. Higgins, M. Hibberd, M. Sorice La leadership politica fra media e populismo. Roma: Carocci), Emiliana De Blasio scrive: “Nel 1915, Martin Conway distingueva tre tipi di leader: 1) i leader trascinatori della folla, capaci di orientare le grandi masse popolari su un progetto politico da egli stesso ideato e proposto; 2) i leader interpreti della folla, capaci di esplicitare i sentimenti delle masse e, in qualche modo, persino di far sorgere – in maniera quasi maieutica – ciò che è solo latente; 3) i leader rappresentanti della folla, pronti a intercettare desideri e aspirazioni popolari ma solo nella misura in cui essi vengono resi espliciti. Non esisteva ancora una scienza dei sondaggi nel 1915 e, quindi, Conway non poteva ipotizzare che in realtà la giunzione fra leader interpreti e leader rappresentanti è meno difficile di quello che all’epoca poteva apparire. I social media – con la loro attenzione alle pratiche di following  (dai retweet di Twitter ai “mi piace” di Facebook e, più in generale, a tutti gli strumenti di condivisione) – riportano al centro della riflessione sulla leadership politica proprio il legame fra leader e seguaci. Ovviamente in una modalità del tutto nuova rispetto a quella della realtà sociale e storica a cui faceva riferimento Martin Conway”.

La connessione fra leader e seguaci ci riporta a un’altra connessione, quella fra sondaggi e “democrazia diretta”, anch’essa di vecchia data.  George Gallup, per esempio,  uno dei pionieri della ricerca sociale attraverso tecniche di campionamento probabilistico, già nel 1935 fondava l’American Institute of Public Opinion, diventato poi alla fine degli anni Cinquanta l’istituto che portava il suo stesso nome. L’affermazione del sondaggio come strumento di rappresentazione simbolica della realtà (o, se si preferisce, come “effetto di realtà”) è invece posteriore. Una delle conseguenze del successo dei sondaggi (soprattutto della loro rappresentazione sociale) è la diminuzione di centralità dei militanti e dei simpatizzanti dei grandi partiti di massa, eredi delle tradizioni di fine Ottocento. I militanti, in effetti, oltre a svolgere un ruolo importantissimo nell’azione politica sul territorio, costituivano un non trascurabile termometro sociale per la classe dirigente politica. Grazie a essi, infatti, i dirigenti potevano conoscere le opinioni e le aspettative della popolazione, o almeno di una parte significativa di essa (quella a loro più vicina). Il polling ha fortemente ridotto il ruolo di interlocuzione che la base elettorale e gli aderenti dei partiti svolgevano. “I moderni sondaggi di opinione, che sono condotti da imprese commerciali specializzate nel settore, possono fornire a ristrette élite politiche, del tutto prive di una base organizzativa di massa, le necessarie informazioni circa i movimenti di opinione dell’elettorato, informazioni sulle quali quindi elaborare una realistica strategia politica” (S. Fabbrini (2011) Addomesticare il principe. Venezia: Marsilio, p. 57).

Non è un caso che già nel 1910, James Bryce ipotizzasse, il governo dell’opinione pubblica. Un’opinione pubblica da interpellare, ovviamente, attraverso sondaggi (da rendere scientifici e sicuri, questo il sogno dell’epoca). A questo proposito, un bel libro sulla sondocrazia (e i problemi a essa connessi) è quello di Valentina Reda (2011) I sondaggi dei presidenti. Governo e umori dell’opinione pubblica. Milano: Egea-Università Bocconi.

Oggi il governo dell’opinione pubblica sembra superato dall’idea che possa esistere una specie di “governo della rete”, evidentemente non alieno a quei fenomeni di webpopulism di cui scrive ancora Emiliana De Blasio nel libro che ha realizzato insieme a me, a Micheal Higgins e a Matthew Hibberd.

L’idea della democrazia della rete è una sorta di superamento del concetto di democrazia diretta (i cui rischi di involuzione totalitaria, peraltro, sono noti a chiunque abbia basi elementari di scienza politica). Al tempo stesso, però, essa ha molti tratti di contiguità con l’idea un po’ snobistica del governo dell’opinione pubblica che Bryce ipotizzava un secolo fa. Nella democrazia della rete, così come nella sondocrazia, l’effetto soundbite tende a ridurre il dibattito politico a slogan e concorre contemporaneamente alla produzione di meccanismi di semplificazione della politica e di banalizzazioni di tipo populistico. E poi: quanto conta la mia vicina ottantenne nella democrazia della rete?

Molti dei militanti del Movimento 5 Stelle provengono da esperienze di base molto significative: dai movimenti per la decrescita felice alle associazioni ambientaliste, da esperienze di impegno civile a realtà del volontariato. Si tratta di alcune di quelle esperienze che, giustamente, Donatella della Porta (2011. Democrazie. Bologna: Il Mulino) individua fra quelle che hanno sperimentato in maniera significativa forme di democrazia deliberativa e partecipativa. Un modello innovativo e molto diverso sia dalla tradizione delle ormai esauste democrazie liberali sia da quello (pericolosissimo) della democrazia diretta o assembleare. Fra la democrazia diretta (o forse moderno “governo dell’opinione pubblica”?) proposto dal leader e i modelli di partecipazione popolare locale c’è un cortocircuito che non è solo culturale.

Un cortocircuito in cui si collocano pretese di verità e demonizzazioni dell’avversario. La politica italiana – è vero – ha bisogno di un sussulto e di una spinta innovativa. Ha bisogno di andare avanti. Non di tornare a riverniciature di ipotesi vecchie di un secolo.

larivoluzionegentile

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